Archivi autore: Fabio Gasparrini



Quale sarà il tuo verso?

Qualche mese fa, Apple lanciava il suo iPad Air con una bella campagna TV. Le immagini mostravano diverse (e spettacolari) situazioni di prodotto in uso, ma quello che colpiva – per una volta – era il concetto, preso in prestito dal film “L’attimo fuggente” che a sua volta lo aveva preso in prestito dal poeta americano Walt Whitman: “…che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua, e che tu puoi contribuire con un verso.” Quale sarà il tuo verso?

IMHO (In My Humble Opinion) la campagna non è pazzamente creativa, alla fin dei conti è un raffinato slice of life di prodotto in uso; ma contiene un insight potente, e permette qualche considerazione interessante. L’insight è di quelli che ti fanno fermare a pensare, fosse pure per un attimo (e scusate se è poco): ognuno di noi può contribuire al grande spettacolo della vita con un verso, e il prodotto è uno splendido strumento con cui scriverlo. Sia fatto di parole, di immagini, di suono, di pensiero. Un’apologia dell’uomo, prima ancora che di un prodotto o di un marchio.

La considerazione è: ma se questo pensiero l’ha scritto qualcun altro, dove sta la creatività? Il fatto è che la creatività non sta tanto nel partorire nuovi pensieri, quanto nel collegare in modo inaspettato pensieri già esistenti. In questo caso, nel mettere in relazione una bella poesia (e un bel film) con un prodotto. E usare la prima per definire l’identità di quest’ultimo, e addirittura del brand.

Il gioco delle citazioni complica la ricostruzione dei credit. A chi vanno? A Whitman, che ha scritto questa potente poesia nel 1892? Allo sceneggiatore Tom Shulman, che l’ha citata nel 1989 ne “L’attimo fuggente”, portando a casa anche un Oscar? Al copywriter che ha messo insieme tutto? E quale copy? Già, perché la citazione da “L’attimo fuggente” era stata presentata a Steve Jobs già nel 1997 da Rob Siltanen della TBWA Chiat/Day (qui la sua testimonianza). Jobs amava quel film, e Robin Williams era suo amico. Doveva essere un semplice spunto creativo, una fonte di ispirazione su cui Siltanen avrebbe dovuto scrivere il testo dello spot “To the crazy ones” (qui in un test con la voce di Steve Jobs), come parte della celebrata campagna “Think different”. Il testo fu un parto sofferto: a Jobs inizialmente non piacque, e arrivò a ventilare l’idea di chiamare direttamente lo sceneggiatore del film. Evidentemente l’agenzia non l’ha mai dimenticato, e anni dopo ha deciso di usare direttamente la citazione originale, ottenendo anche il risultato di avere (nella versione originale) la voce di Robin Williams, che normalmente non fa pubblicità.

Da notare che la tagline “What will your verse be?” esiste nel film, ma non nella poesia. Con i nuovi spot on air in questi giorni, la chiosa che Robin Williams rivolge ai suoi studenti diventa esempio, testimonianza e call to action, riaffermando il posizionamento del prodotto e attribuendogli una vocazione altissima e purissima: farsi strumento di espressione creativa, e quindi di senso per la razza umana. Mica pizza e fichi. Dando vita per giunta a una campagna potenzialmente campagnabile all’infinito.

La morale, come sempre, c’è e in questo caso è doppia. 1) la creatività è connessione (connecting the dots); 2) un insight forte è un patrimonio dal valore inestimabile, e può vivere molto a lungo. E ora, pubblicità.



Spazio disponibile.

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La differenza fra un capannone brutto e uno bello, in termini di costo, non è gran cosa. Ma può avere un valore incalcolabile in termini di comunicazione, soprattutto se il suddetto capannone è in un luogo esposto al passaggio. Senza contare che è tutto spazio già disponibile.

Sono su un Frecciarossa, direzione Milano, all’altezza di Parma. Dal mio finestrino vedo questo bellissimo parallelepipedo bianco, decorato in modo elegante e leggero. Lì dentro c’è qualcuno che ha capito che la facciata di una costruzione comunica a prescindere, squallore e tristezza, oppure forza e bellezza. E ha scelto le ultime. Picchiettando sul mio iPad, scopro che Flo produce bicchieri per distributori automatici. E penso che se ne avessi uno, sarei contento di comprare i miei bicchieri da Flo. La forza dell’immagine, la semplice consapevolezza che tutto è comunicazione.

Chiamerò il Signor Flo, ho la sensazione che in materia di comunicazione la pensiamo allo stesso modo. E ora, pubblicità.



Frodi digitali.

La notizia è uscita pochi giorni fa sul Wall Street Journal. Un sito di video online (USFunVideos.com) mostra i soliti video di amici in gita e gente che cucina. Ma incorpora degli invisibili micro-siti (grandi 1 pixel) che contengono a loro volta degli invisibili spot. Non si vedono, ma tanto basta al sistema per considerarli “visualizzati” e quindi fatturati agli inserzionisti. Una piccola frode digitale, in cui sono caduti anche la banca Morgan Chase e la Coca Cola. Il sito risulta registrato in Spagna, e gli inserzionisti non avevano idea che lì finissero (inutilmente) anche i loro spot.

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Niente di drammatico, spiccioli per le multinazionali. Ma il caso merita una riflessione. Secondo la ad consultancy Medialink, il 25% degli investimenti online vanno sprecati in frodi e pirateria. E un rapporto della audience research comScore riferisce che il 36% delle impression (o views) degli annunci online sono generati da non-umani. Ovvero da robot, piccoli software che simulano ripetuti accessi ai siti.

Il problema sta nella polverizzazione delle pianificazioni online, e negli automatismi a cascata. Il sistema funziona così: la marca X chiede alla sua agenzia di pianificare uno spot online, rivolto a un certo target, con l’obiettivo di colpire il massimo di viewer all’interno del budget assegnato. L’agenzia si rivolge a una o più concessionarie, che creano pacchetti mettendo insieme siti a grande traffico e reti di siti meno conosciuti. Se la concessionaria ritiene di non raggiungere abbastanza viewer in target, si rivolge a un ad exchange, per trovare nuovi spazi. Questi funzionano in modo largamente automatico, acquistando spazi in una sorta di borsa virtuale. Questo significa che lo spot può finire online praticamente ovunque: anche su siti che usano robot per simulare visite, aumentando artificialmente il loro pubblico, e vendendo questo pubblico virtuale al miglior offerente. L’investimento si ramifica in mille rivoli, e in mille passaggi. I dati vengono spesso aggregati, e le possibilità di controllo e di verifica sono prossime allo zero.

In sostanza, con l’ovvia eccezione dei grandi portali informativi e dei siti conosciuti (che si preoccupano di certificare in qualche modo i loro dati di accesso) buona parte dell’investimento media finisce dove le possibilità di frode sono più alte. E non sono immuni da truffe neanche i Social Network: come è noto a tutti, le clic farm del terzo mondo offrono a pochi euro pacchetti da centinaia di migliaia di like sul profilo di vostra preferenza.

Che fare dunque? Rinunciare a una pianificazione digitale? Non necessariamente. Rinunciare invece a un successo immediato fatto solo di numeri, talvolta fraudolenti. E misurare invece i benefici concreti per il brand, costruiti per dare risultati a medio termine. E ora, pubblicità.



Cinque consigli per comunicare meglio con la vostra agenzia e vivere felici.

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Siete un’azienda. Avete affidato alla vostra agenzia di comunicazione (o al vostro studio grafico, o a un bravo professionista) la realizzazione di una brochure o di uno stampato informativo. Ecco qualche accortezza per evitare di portare i vostri consulenti alla pazzia, comunicare meglio con loro e magari innamorarvene.

1. Prima si approvano i testi, poi si impaginano.
Un’impaginazione non si fa con un clic. Bisogna curare gli allineamenti dei testi  e della grafica, le andate a capo, i tagli delle immagini, i pesi e gli equilibri, insomma è un’operazione lunga e paziente. Non pretendete quindi di rivedere il testo, e magari stravolgerlo, dopo che è stato impaginato. E non aspettate quel momento per farlo leggere al vostro capo, perché fa più bello. Qualsiasi modifica rilevante costringerebbe il grafico a reimpaginare la pagina in questione e le pagine a seguire, perché il testo scorre. Tutto lavoro extra, che costa tempo e denaro. A meno che non siate disposti a pagarlo in più, trasmettete loro i testi solo quando sono definitivamente approvati. Potrete sempre correggere eventuali refusi e singole paroline in fase di correzione di bozze.

2. Ricordate che le immagini non sono gratis.
Un’immagine di qualità (fotografia, illustrazione) non si trova in rete. Se anche si trovasse, e fosse di qualità stampabile, apparterrebbe a qualcuno e non potrebbe essere usata a sbafo, soprattutto non per fini commerciali. Le soluzioni sono due: o usate immagini di vostra proprietà – possibilmente commissionate a un professionista, fotografo o illustratore – o delle quali detenete i diritti, oppure potete comprarle da banche immagini. Ce ne sono decine, con immagini belle e squallide, con diritti liberi o negoziabili, prezzi medi o irrisori. Per entrambe le soluzioni, la vostra agenzia saprà assistervi (è il loro lavoro). Qualunque soluzione scegliate, accettate l’idea che niente è gratis, soprattutto se è bello e dà valore al vostro strumento.

3. Acquisite nelle minime nozioni tecniche.
È vero, il lavoro lo fa l’agenzia, o il grafico. Ma sarebbe il caso che anche voi, come committente, sapeste di cosa di parla. Ad esempio, non mandate all’agenzia una foto o un marchio tirati giù da un sito web. Se non l’hanno fatto da soli, il motivo c’è: si tratta quasi sempre di immagini alleggerite per il web, a bassa risoluzione (72 dpi), là dove per una stampa servono almeno 300 dpi. Un file JPG puà andar bene se non è troppo compresso, ma se pesa solo 37 Kb è difficile che abbia una definizione sufficiente. Sicuramente, chi ha fatto il vostro marchio ve ne ha trasmesso i file master, cercateli e mandate all’agenzia un file di buona definizione, possibilmente vettoriale, magari insieme a quel manuale d’uso che non avete mai guardato.

4. Non usate strumenti inutili (e sbagliati).
Per inviare una foto, non serve veicolarla dentro la pagina bianca di un documento Word o Powerpoint. Non sono applicazioni fatte per quello, comprimeranno le immagini e le renderanno inutilizzabili. Inviatela da sola, come file immagine. Se sono tante o troppo pesanti, e non avete modo di caricarle su qualche server, usate un servizio gratuito tipo WeTransfer per inviarle. Non usate Word o Powerpoint per impaginare testi e immagini, aspettandovi che l’agenzia usi quel documento come bozza. Il lavoro dovrà comunque essere rifatto con del software professionale. Molto meglio chiarire prima i vostri obiettivi, e lasciare che sia il grafico a farvi la sua proposta.

5. Siate puntuali e precisi per la vostra parte.
Chiedete a voi stessi la stessa puntualità e precisione che (giustamente) chiedete alla vostra agenzia o al vostro grafico. Non farete un favore a loro, lo farete anche alla buona riuscita del lavoro, e quindi a voi stessi. Rispettate la tabella di marcia che avete concordato, nel fornire materiali o riscontri al lavoro già fatto. Se per dare un’approvazione ci mettete tre giorni più del previsto, o accettate che slitti la consegna, o qualcuno dovrà lavorare la notte per recuperare, e probabilmente non siete voi. Trasmettete le vostre richieste tutte insieme, evidenziando le correzioni su un file Word (o Pages), o meglio ancora con delle note sul PDF dell’impaginato. Mandarle in sette mail diverse obbligherà il grafico ad aprire altrettante volte il lavoro, e renderà molto più facile perdere per strada qualche pezzo.

Buon lavoro! E ora, pubblicità.



La comunicazione in tempo reale.

Leggo che il gruppo Havas Media Group ha sviluppato uno strumento per la valutazione in tempo reale di Twitter. Si chiama WDMTG (Where Does My Tweet Go?) e offre insight particolarmente granulari (sic) utili a interpretare i dati mentre vengono generati, in tempo reale, sulla Twittersphere.

Cockpit

Torno per un attimo alle teorie sull’ideologia del controllo, già esplicitate nei miei post qui e qui. E immagino le scrivanie dei marketing manager, sempre più somiglianti al cockpit di un cacciabombardiere: numerini cangianti ovunque, i click delle Adwords, le visite delle Analytics, adesso gli insight granulari sulla twittersphere. Post traccianti inseguono il target e lo colpiscono con precisione chirurgica. Dove lo mettiamo il brand, dottore? Un po’ più a destra? Un pelo più in alto?

E mi domando se, a quella velocità, il pilota abbia il tempo per capire in che direzione sta andando. E ora, pubblicità.



The Times is a-changing.

Può la scelta di un carattere influenzare milioni di persone? Se è quello adottato da un grande quotidiano, certo che può. La Repubblica ha cambiato format grafico, e naturalmente già fioccano le polemiche. Il carattere è più piccolo, dicono. Non si legge, dicono i lettori della carta stampata (la cui età media ogni anno sale inesorabilmente).

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In realtà, non è vero che il nuovo carattere usato è più piccolo. E’ solo più sottile, il che dà questa sensazione di “troppo bianco” he alcuni lamentano, e che invece può aggiungere alla grafica dei nostri giornali un pizzico di quella eleganza molto anglosassone, che usa lo spazio (e non l’inchiostro) per dare rilevanza a un titolo (eccezion fatta per il Sun e il resto della stampa popolare, of course). Non a caso, assomiglia molto al carattere usato dal New York Times.

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Il nuovo carattere scelto per i titoli – quasi sicuramente un Cheltenham –  è un carattere graziato, cioè provvisto di grazie, che sono le stanghette che interrompono le linee. È anche aggraziato, e non si presta a essere usato in bold, o grassetto. Il che vuol dire implicitamente negargli la possibilità di urlare. L’autorevolezza, un titolo, dovrà guadagnarsela da sé. Diamo così addio al vecchio carattere usato per i titoli di Repubblica, un Times leggermente condensato (cioè compresso in modo da rendere ovali le lettere rotonde, e permettere più testo nello stesso spazio).

Il Times è stato abbandonato anche nei testi, a favore dell’Egyptian. Un carattere meno condensato e meno fitto, che dà la sensazione (reale?) di essere più piccolo, e anche meno leggibile. Ma forse è solo questione di abitudine.

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Il vecchio e glorioso Times merita qualche parola di commiato. Fu uno dei rari casi di carattere commissionato ad hoc per un quotidiano. L’anno era il 1932, il designer Victor Lardent (che aveva lavorato su un precedente progetto di Stanley Morison), il quotidiano naturalmente The Times. Il carattere era stato progettato per essere funzionale, per garantire cioè la massima leggibilità nel minore spazio. Ma i tempi cambiano, e cambia anche il Times. E ora, pubblicità.



Back to the future.

È tornato Carosello, ma il tentativo di rilancio del format si è rivelato un flop, almeno da un punto di vista creativo, come si nota (giustamente) qui e qui. Insieme a Carosello sta tornando la pubblicità di venti o trent’anni fa. Un settimanale di intrattenimento ha presentato in edicola una serie di DVD con gli spot degli anni ’60, e qualche mese fa ha rifatto capolino in TV il mitico Gringo, indimenticato testimonial spaghetti western della carne Montana (gruppo Cremonini).

Il confronto, più che difficile, è inutile. A parte i tempi del vecchio Carosello, che oggi appaiono dilatati al limite della sopportazione, la versione originale era piena di invenzioni grafiche e stilistiche, realmente innovative per l’epoca.

Non è la prima volta che la pubblicità cita sé stessa, o meglio i suoi tempi d’oro. Ma il vero punto è: perché questo ritorno al passato? Forse non ci sono più idee? Non credo. Credo invece che questa sia la prova più lampante di come una comunicazione coerente sia stata in grado, in passato, di costruire valore intorno alla marca. Un asset imponente, al punto da poter essere ancora capitalizzato a distanza di cinquant’anni. E di questi nostri folli anni, cosa resterà fra cinquant’anni? Temo poco. I marchi hanno troppa fretta, troppa impazienza, cambiano agenzia ogni pochi mesi, comprano progetti a breve termine, con molti accessori e poche fondamenta. E i nostri figli non avranno neanche la soddisfazione di riguardarsi le vecchie pagine di Facebook. E ora, pubblicità.



L’ideologia del controllo.

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Cito qui un passaggio dedicato a una delle più perniciose malattie delle imprese (italiane e non solo), che sta producendo effetti nefasti anche sulla loro comunicazione. Mi sembra interessante notare che non viene dal solito creativo frustrato, ma da un riconosciuto guru del management:  Gary Hamel è un’autorità indiscussa del management, “il re della strategia nel business” secondo The Economist (Hamel, Gary. “25 strategie per tempi difficili – Ciò che va fatto oggi per vincere domani.” Rizzoli Etas, 2012. iBooks).

Per quale motivo le nostre organizzazioni sembrano meno adattabili, meno innovative, meno vivaci e meno generose delle persone che vi lavorano? Che cosa le rende disumane? Ecco la risposta: un’ideologia del management che fa del controllo un idolo da adorare. Quali che siano le affermazioni retoriche che sostengono il contrario, il controllo è la principale preoccupazione della maggior parte dei manager e dei sistemi manageriali. Anche se la conformità (ai budget, agli obiettivi di performance, alle politiche operative e alle norme lavorative) crea valore economico, i suoi risultati sono inferiori a quelli del passato. Ciò che oggi crea valore è il prodotto geniale e del tutto inatteso, la campagna mediatica brillantemente originale e la customer experience completamente nuova. La faccenda è che, in un regime in cui il controllo regna sovrano, tutto ciò che è “unico” viene prodotto con grande fatica. La scelta è netta: possiamo rassegnarci al fatto che le nostre organizzazioni non saranno mai maggiormente adattabili, innovative o ispiratrici di quanto lo siano adesso, oppure possiamo cercare un’alternativa alla dottrina del controllo. Non sono sufficienti migliori procedure aziendali e migliori modelli di business: ciò di cui abbiamo bisogno sono princìpi più saldi. Ecco perché adesso l’ideologia ha più importanza di quanta ne abbia mai avuta in precedenza.



Il fascino dell’inutile (in un piovoso venerdì pomeriggio).

E’ un venerdì pomeriggio di una settimana pesante, cade una pioggerellina uggiosa e fredda e vorrei augurarvi un buon uichend con un pizzico di leggerezza. Per questo niente di meglio di questo sito (cliccare sull’immagine qui sotto), che vi spedisce a caso su uno dei mille siti completamente inutili che ha censito. Alcuni inutili e basta, alcuni meravigliosamente inutili, altri quasi ipnotici nella loro inutilità. Uno clicca e clicca, e pensa a quanto tempo e ingegno vengono dedicati all’inutilità, e il naufragar gli è dolce in questo mare. E ora, buon uichend.

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Bodoni: re dei tipografi, tipografo dei re.

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Nei suoi viaggi in Italia, Stendhal sentì il dovere di presentarsi “al Signor Bodoni, il celebre tipografo” e lo trovò “per nulla fatuo, ma appassionato alla sua arte”. Nella seconda metà del ‘700, i caratteri non erano un menù a tendina nella finestra di un software, ma pezzi incisi a mano e forme studiate con nessuna altra preoccupazione se non quella estetica. I sovrani organizzano le stamperie reali, e chiamano a sovrintenderle queste nuove, raffinate figure di artisti-artigiani. Giambattista Bodoni lavora prima a Roma, dove riordina il patrimonio tipografico delle stamperie vaticane. Nel 1768 viene invitato dal Duca di Parma a impiantare la stamperia di corte. Partito dal Fournier, intorno al 1798 disegna un nuovo carattere che si libera delle decorazioni rococò per concentrarsi sulla pulizia del disegno delle lettere, caratterizzate da ascendenti spesse che contrastano con grazie sottili e orizzontali, forme equilibrate, spaziature ben dosate. Soprattutto, i suoi caratteri hanno una forte personalità, richiedono attenzione e sono lontani dall’essere trasparenti, come hanno in seguito teorizzato alcuni studiosi. All’epoca, fu una rivoluzione. L’edizione definitiva del suo Manuale Tipografico uscirà postuma nel 1818.

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Il Bodoni ha una eleganza senza tempo, e a differenza di altri caratteri più recenti, sembra non invecchiare. Nelle sue variazioni più moderne (amo particolarmente il Bauer Bodoni, con le sue grazie sottili e le aste più slanciate) viene comunemente usato nella grafica contemporanea, convivendo disinvoltamente con caratteri diversissimi e colori anche accesi. È stati scelto come carattere istituzionale da importanti brand come IBM. E ora, pubblicità.